Liliana Cavani: cinema e poesia, a Recanati

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Liliana Cavani è la regista con la quale ho lavorato a lungo, mi hanno chiesto gli amici di Recanati di scrivere qualcosa su di lei per il Premio Ludovico Alessandrini. Ludovico, amico di Liliana e anche mio, scomparso in questi anni, era un giornalista, un critico, un produttore della Rai a cui si debbono diverse opere di registi promettenti poi diventati importanti, un lungo elenco. Gli hanno dedicato un premio nella città di Leopardi, appunto Recanati, di cui proviene la sua famiglia. Beniamino Gigli, omonimo del celebre cantante, mi ha chiesto di preparare uno scritto sulla Cavani, sul suo lavoro, frutto anche della comune esperienza di tanti film e sceneggiature realizzati, oltre una dozzina, e di tanti progetti rimasti nel cassetto o diventati libri per Einaudi e altri importanti editori. Il tema scelto è un modo per riflettere su un cinema che era ed è cinema, che ha contenuti, caratteristiche di qualità.

Parto da un fatto indiscutibile. I film di Liliana Cavani, una ricerca solitaria che ha trovato un grande pubblico, e i giusti riconoscimenti, senza cercarli. In essi il rapporto con la poesia è stato spontaneo, mai preteso, forzato. Il cinema e la poesia, la poesia e il cinema. Inscindibili. Dunque, la poesia. Tutti l’abbiamo scoperta a scuola, o in famiglia (in quelle benestanti). L’abbiamo letta, scritta (poveri lettori, poveri noi); e l’abbiamo lasciata ai pochi che frequentano le librerie, in coincidenza con i successi di poeti o meglio poetesse, come in questi anni Alba Merini, trascinata dalla sua sete di follia e d’amore, amore disperato,struggente per l’amore che non sappiamo mai cos’è; però ci illude, e spesso ne siamo felici. O come, da più anni ancora, indietro, di poeti diventati registi e anche corsari di scrittura: per la verità uno solo, Pier Paolo Pasolini col suo lungo e frastagliato poema personale, sociale, dedicato a una disperata vitalità, non solo la sua, anche la nostra, quando c’è la vitalità.

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