Un omaggio all’amicizia nel segno della grazia: il Ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello

In una delle sale delle Scuderie del Quirinale, dove in questi mesi si trova tra i masterpiece della mostra dedicata a Raffaello, in attesa di far ritorno al Louvre, lo sguardo di Baldassarre Castiglione suscita nel visitatore un senso di meraviglia e, al tempo stesso, di benevola vicinanza.
Gli occhi dell’intellettuale cortese, che trovarono nella grazia e nella “sprezzatura” – “ciò che nasconda l’arte e dimostri di esser senza fatica e senza pensarvi” – una delle qualità più importanti richieste all’uomo di corte, sembra seguire divertito i passi dell’osservatore. E a questi pare di percepirne il respiro, come se il placido personaggio ritratto fosse sul punto di pronunziare un qualche commento garbato.

Raffaello e l’umanista: storia di un’amicizia antica
Tra Raffaello e l’illustre autore del Cortegiano correva un’amicizia di vecchia data. I due si erano incontrati inizialmente a Urbino, quando il pittore era ancora giovane, per poi ritrovarsi a Roma, probabilmente nel 1513, dove l’intellettuale – attivo alla corte di Guidobaldo da Montefeltro e Francesco Maria I della Rovere – era stato inviato come ambasciatore del duca di Urbino presso papa Leone X.


Baldassarre Castiglione, Una pagina dell’autografo del Cortegiano, Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana (ms. Ashb. 409 f. 186r).

L’Urbinate, al quale Baldassarre era legato da una profonda stima, oltre che dall’amicizia, viene citato anche nel celebre trattato nel quale l’autore disegna l’ideale figura del perfetto cortigiano: nobile di stirpe, vigoroso, esperto delle armi, musico, ma soprattutto amante delle arti figurative.

Il nome di Raffaello compare, assieme a quello di Michelangelo come esempio che allude al culmine della perfezione conseguita in campo artistico dalla modernità, per merito delle cui imprese, pittoriche, la Roma dei papi Giulio II e Leone X sembra rinascere dalla polvere e dalle rovine.
Sempre nel Cortegiano, ritroviamo il nome di Raffaello nella disputa sul primato delle arti che vede contrapposti il conte Ludovico di Canossa e Cristoforo Romano, assertore della superiorità della scultura.

Insomma nella prima edizione del trattato, l’Urbinate compare in ben quattro passi. D’altra parte, quando Castiglione provvedeva alla prima stesura della sua impresa letteraria, erano intervenuti fatti artistici affatto trascurabili: Michelangelo aveva ultimato la volta della Cappella Sistina, mentre Raffaello, passato al servizio di Leone X Medici, dopo aver terminato la Stanza di Eliodoro aveva dato inizio alla Stanza dell’Incendio di Borgo.


Raffaello Sanzio, Incendio di Borgo, Dettaglio, 1514, Affresco 570 x 600 cm, Musei Vaticani

E poi la “facilità” di cui parla Castiglione nella sua opera, riferendosi alla dote peculiare dell’artista ideale (e quindi posseduta da Raffaello), come scrive Marzia Faietti, “non allude soltanto alla grande perizia tecnica nel dominare una materia difficile da plasmare che trovava in Michelangelo il modello più illustre, ma rappresenta quella “facilità” che dissimula lo sforzo, riuscendo ad affrontarlo con leggerezza, quasi senza pensarci”. Insomma Raffaello secondo l’umanista aveva in dote quella “sprezzatura” da cui deriva la “gratia”.

Oltre che nel Ritratto di Baldassarre Castiglione eseguito intorno al 1515, si ritrova traccia dell’amicizia che legava i due nella lettera, scritta a quattro mani, e indirizzata a Leone X, sul restauro dei monumenti antichi. Grazie al tramite dell’umanista, il Sanzio aveva avuto modo di indicare al papa la via maestra per preservare i monumenti antichi dalle distruzioni e dagli sventramenti perpetrati a Roma nei primi decenni del Cinquecento, esprimendo profondo dolore di fronte al degrado delle vestigia di un luminoso passato.


Raffaello Sanzio, Ritratto di Papa Leone X de’ Medici con i cardinali Giulio de’Medici e Luigi de’Rossi, 1518, Olio su tavola, 118,9 x 155,2 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi

La scomparsa del Maestro di Urbino, aveva dovuto provocare un immenso dolore nell’amico, al punto che, nel 1520, anno di morte del pittore, Castiglione aveva composto un sonetto intitolato De morte Raphaelis pictoris, da cui trapelano malinconia e sconcerto per l’interruzione di “un’illusione di riscatto contemporaneo della bellezza e armonia del mondo antico”.
Questo smarrimento di Castiglione di fronte alla morte del Sanzio si ritrova in una lettera scritta alla madre in occasione del suo primo ritorno a Roma: “Penso che V.S. desideri di sapere come io sto. […] Io son sano. Ma non mi pare essere a Roma, perché non vi è più el mio poveretto Raphaello: che Dio habbia quella anima benedetta!”


Raffaello Sanzio (1483 – 1520), Baldassarre Castiglione raffigurato come Zoroastro nella Scuola di Atene, 1509, Affresco, Città del Vaticano, Palazzo Apostolico, Stanza della Segnatura

Com’è rappresentato Baldassarre Castiglione nel ritratto?
Il ritratto del perfetto cortigiano, descritto da Baldassarre nel suo illustre trattato, trova la sua più alta riproposizione pittorica in questo capolavoro dedicato da Raffaello all’amico umanista, la cui figura arriva ad incarnare quell’ideale di perfezione estetica e spirituale del perfetto uomo di corte.

Il dipinto fu probabilmente eseguito a Roma tra il 1514 e il 1515, in occasione della nomina di Castiglione come ambasciatore presso il papa per conto del duca di Urbino. Il soggetto del quadro è l’illustre umanista che condivideva con l’Urbinate le medesime idee in fatto di armonia e di bellezza.

La reciproca affinità che lega Raffaello a Baldassarre Castiglione trapela dal ritratto, sorprendentemente semplice e naturale, frutto del raffinato pennello dell’artista gentile.
Il poeta è rappresentato a mezzo busto, voltato di tre quarti verso sinistra, mentre siede su una poltrona appena accennata in basso a destra. Il volto è estremamente calmo.
Le mani sono giunte e lo sguardo, reso intenso dal colore degli occhi, di un azzurro penetrante, è fisso sullo spettatore.
La posizione, assieme alla morbida luminescenza che avvolge il ritratto, costituisce un velato omaggio alla Gioconda.

Il poeta indossa un costume sobrio e, al tempo stesso raffinato, in linea con il suo concetto di perfetto cortigiano. Si nota la giacca nera con maniche di pelliccia grigie fermate, all’altezza del petto, da un nastrino nero.

I capelli sono accolti in un turbante sormontato da un berretto con bordo dentellato ornato da un medaglione. La lunga barba, come andava di moda all’epoca, sfiora la camicia bianchissima.

La sobria armonia del costume, descritta da sfumature di nero, bianco, grigio fuoriesce dalla tela per espandersi fino allo sfondo del dipinto, reso più chiaro da una leggera e calda tonalità grigio-beige, inondata di luce diffusa. L’ombra del modello, invece, si attenua delicatamente a destra. Come in altri dipinti di Raffaello, la composizione è delimitata da una sottile fascia nera, che taglia volutamente l’immagine in corrispondenza delle mani, focalizzando l’attenzione dello spettatore sullo sguardo intenso e sul viso.

Quando è stato realizzato?
Questa tenuta invernale farebbe pensare che il ritratto sia stato realizzato nell’inverno del 1514-1515 quando Castiglione, nominato ambasciatore presso Papa Leone X dal duca di Urbino, si trovava a Roma, dove Raffaello lavorava, a partire dal 1508.

Un ritratto quasi parlante
Quello che maggiormente colpisce di questo ritratto è la straordinaria umanità che emana, quasi come se il suo protagonista fosse in procinto di sussurrare qualcosa a chiunque lo osservi. Questa particolare qualità del dipinto doveva esser molto piaciuta anche a Baldassarre Castiglione che, riferendosi al ritratto in un’elegia dedicata alla moglie, fece menzione dell’incredibile somiglianza e del sentimento di presenza umana che emanava.
La naturalezza, l’immediatezza, la vivacità espressiva e il senso di trasporto rendono in effetti questo capolavoro eccezionalmente moderno.

Come arrivò al Louvre il ritratto?
A citare il ritratto è anche una lettera che Pietro Bembo indirizza a Baldassarre Castiglione il 19 aprile 1516. Fu Castiglione stesso a portare con sé il dipinto, una volta rientrato a Mantova, nel 1516. Nella città lombarda la tela rimase fino al 1609. Entrato sul mercato d’arte, finì in Olanda, nella collezione del mercante Lucas van Uffelen, e poi a Madrid, per raggiungere infine le raccolte del cardinale Mazzarino, attraverso le quali giunse in quelle della casa reale francese.
Dell’opera si sono conservate una serie di copie, come quella attribuita a Rubens nel Museo del Prado, eseguita probabilmente a Madrid, e una all’acquerello di Rembrandt, che vi si ispirò per un autoritratto su incisione.


Raffaello Sanzio, Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1514-1515, Olio su tela, 67 x 82 cm, Parigi, Museo del Louvre

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